L'Antimafia degli affari chieda scusa ai calabresi

Articolo pubblicato il 10 ottobre 2017 

http://www.corrieredellacalabria.it/politics/item/62606-%C2%ABl-antimafia-degli-affari-chieda-scusa-ai-calabresi%C2%BB

di Giancarlo Costabile

Pier Paolo Pasolini amava Gesù. O forse è più corretto dire aveva una profonda simpatia ermeneutica per il Vangelo secondo Matteo, e in particolare per le invettive del Salvatore contro i farisei. In quel "guai a", il Gesù dell’eretico nativo di Bologna si scagliava con inusuale durezza contro l’esteriorità della morale esibita attraverso artifici retorici che rifulgevano da ogni concretezza sociale. I farisei sono sepolcri imbiancati che “appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia” (Mt 23,27). Difficile non attribuire agli scandali recenti e passati dell’antimafia calabrese questa vocazione alla truffa etica, alla manipolazione di quel desiderio autentico di giustizia che ha mosso, in tutti questi anni, nelle piazze tanta gente ingenua e ignara degli affari di questi burocrati danzanti della legalità. Quella a gettone, pagata profumatamente da quello Stato corrotto che si diceva pubblicamente di combattere. Il peccato peggiore di questa classe di mediocri mestieranti del palcoscenico è di aver sporcato l’intimità della ribellione popolare, di averla narcotizzata attraverso una lettura puramente parolaia del concetto di resistenza al potere mafioso. È arrivato il momento di liquidare l’antimafia borghese e di spezzarne il meccanismo di accesso al denaro pubblico, in modo da mettere in discussone la stessa legittimità ad operare da parte di questi "parassiti del suono". La parola che libera non può essere quella pagata, ma quella che sceglie di farsi testimonianza, militanza, azione sociale verso i deboli. In Calabria si è sbagliato. Profondamente. Si è creduto che pochi liberatori potessero parlare alle masse. Quasi fossero novelli Mosè in grado di aprire il Mar Rosso. Peccato che del sommo profeta non avessero nemmeno gli stracci addosso in considerazione dello (sregolato) stile di vita accertato dalle operazioni di polizia giudiziaria. Più che ad un raffinato mimetismo, ci si è trovati dinnanzi ad una volgare esibizione da circo Barnum, in cui tanti, troppi, hanno avuto le loro convenienze ad esibirsi. Chi per soldi, chi per carriera. 
L’antimafia borghese è diventata potere elitario di una società di minoranza costruita sull’ipocrisia, i privilegi e gli affari. L’obiettivo non è mai stato quello di esercitare una egemonia culturale sul modello gramsciano, quanto piuttosto di accumulare esplicitamente capitale: una gigantesca macchina che fabbrica denaro, tra spettacoli, editoria e cinematografia. Per fortuna, la Calabria è stata ed è terra di resistenza sociale se pensiamo soprattutto ai sacerdoti Ennio Stamile, Pino Demasi, Giacomo Panizza, al giudice Romano De Grazia e alla sua Legge Lazzati, agli imprenditori Antonio De Masi, Gaetano Saffioti, Rocco Mangiardi e Tiberio Bentivoglio, ai tanti giornalisti coraggiosi impegnati quotidianamente nella denuncia del malaffare, ai giovani dei Centri sociali che si battono per il diritto all’abitazione e alla riqualificazione degli spazi pubblici. Dall’antimafia sociale e popolare dobbiamo ripartire per discutere della società della disuguaglianza che impone a tutti noi la necessità di una grammatica della disobbedienza. Che vuol dire non aderire alle verità ufficiali, quelle preconfezionate. Ad esempio, come si fa a non parlare di mafie come linguaggio del potere romano attraverso il quale è stata storicamente governata la minorità delle terre meridionali? Sud è chi viene messo nelle condizioni di non essere e poi è rimproverato per non essere, insegna Pino Aprile. Le mafie sono state e sono uno strumento per legittimare le due Italie: Nord e Sud. Due società, due economie, due modi di stare al mondo. La trasformazione del Mezzogiorno postunitario in colonia del Settentrione rendeva necessario l’utilizzo di un congegno operativo in grado di farsi polizia dei territori: in questo ambito interpretativo bisogna leggere la fenomenologia delle mafie e ricostruirne genesi e sviluppo.
Non è tempo più di obbedire a questo modello di Paese ereditato dal Risorgimento, né alla sua struttura ideologicamente sabauda. Non ci può essere una cultura dell’antimafia in una modellistica sociale contaminata dal ricatto del precariato e dalle condizioni di diffusa povertà sociale. L’antimafia borghese ha fallito soprattutto nel metodo (la ricerca spasmodica del denaro pubblico), alimentando fenomeni intollerabili di corruttela. Ma c’è da dire che anche nell’analisi e nella proposta non è che abbia brillato particolarmente: non si ricordano discussioni proficue sulla Questione meridionale, sulle politiche abitative e del lavoro, sul voto di scambio (la Lazzati è fortemente osteggiata in Parlamento), sulla devastazione dell’ambiente (Tav al Nord e Tap al Sud).
Don Tonino Bello amava dire che la speranza non può essere il ripostiglio dei sogni mancati ma piuttosto esercizio di volontà. La rottamazione dell’antimafia da operetta deve saldarsi a una pedagogia della disobbedienza intesa come radicale manifestazione di cambiamento: non tutto ciò che è legale, è anche morale; non tutto ciò che è morale, è anche legale. Il primo reato da contrastare è lo scandalo della povertà. L’antimafia si faccia disobbedienza esplicita al sistema finanziario del grande capitale: attacchi la sua struttura di produzione della ricchezza e la natura mercantile delle sue relazioni sociali. A partire dalla Calabria, dove il capitalismo è esplicitamente borghesia mafiosa delle professioni, a tutti i livelli. Per fare questo non serve drenare le risorse dello Stato, ma un progetto politico socialmente avanzato. Questa è la disobbedienza etica che parte dai luoghi occupati dai comitati Prendocasa in difesa del diritto all’abitazione; dai beni confiscati riconvertiti in economia legale attraverso le piccole cooperative che praticano l’agricoltura ecosostenibile. Dai beni comuni recuperati con la riqualificazione sociale e dall’attacco frontale alla società del riciclaggio del denaro sporco che in Calabria tocca concretamente gli interessi di tanti cosiddetti insospettabili. Altro che Musei della ’ndrangheta e Università dell’antimafia. Per una volta, facciamo tutti un esercizio pubblico di vergogna. E chiediamo scusa ai calabresi. C’è chi ha sbagliato in buona fede, ed è un problema di coscienza al quale si può ancora facilmente rimediare. E c’è chi ha fatto business. Qui il discorso si complica. La magistratura faccia il suo corso, intanto. E poi si vedrà. Il perdono è dei cristiani, ma è un atto individuale e intimo. Sarebbe opportuno che i farisei e i manigoldi imparassero almeno le buone maniere: aiuterebbe quantomeno a ridurre la portata dei loro peccati. Matteo 23,38, recita: “Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta”. Sul lamento di Gesù verso Gerusalemme, è cosa auspicabile che la nostra coscienza collettiva si eserciti, interrogandosi esistenzialmente. Prima che la Calabria diventi (definitivamente) il deserto dei Tartari.